SENZA CENSURA N.34 (marzo 2011)
Napoli: intervista al collettivo Z
Antifascismo, repressione, lotte sociali e movimento studentesco
Abbiamo incontrato i compagni del collettivo Z nelle iniziative antifasciste nazionali e in quelle per la liberazione del compagno Tonino, arrestato dopo una provocazione di un gruppo di fascisti al corteo del primo maggio 2010 a Napoli. Questo collettivo si è costituito dopo aver attraversato le diverse mobilitazioni di questi anni in un territorio “esplosivo” come quello napoletano, che ha vissuto un susseguirsi di lotte e risposte della controparte, anche pesanti, su tutti i terreni, da quello studentesco, a quello del lavoro, a quello dell’antifascismo.
Approfondire alcuni argomenti attraverso lo strumento dell’intervista è per noi non solo un modo di stringere rapporti con chi si batte contro il capitalismo, i suoi servi e la repressione, ma anche per capire come i soggetti coinvolti interpretano l’attacco padronale, quali strumenti di lotta adottano nei diversi territori, quali opzioni siano possibili per creare unione tra i diversi settori di classe ed i terreni in cui si muovono le lotte.
Innanzitutto, perché “Z”…
Lo abbiamo scelto per alcune ragioni. Perché volevamo qualcosa che rappresentasse la fine di una fase, di una strategia e della necessità dell’apertura di una nuovo momento. Per noi Zeta rappresenta un po’ la condizione di mutamento che i comunisti si sono trovati ad affrontare dalla fine del socialismo reale che (storto o morto) aveva rappresentato un’alternativa. Siamo convinti che ancora nessuno abbia chiaro quale possa essere una prospettiva per la fase attuale e crediamo che questa debba essere frutto delle esperienze reali di lotta e di elaborazione. Insomma, la necessità dell’individuazione di un vocabolario prospettico tutto da scoprire. Prassi teoria prassi si diceva un tempo!
Inoltre Zeta rappresenta per noi l’acronimo di Zone E Traiettorie Autorganizzate, cosa che ci rappresenta nei nostri diversi ambiti, percorsi e di lotte territoriali. In ultimo (ma non per importanza!), per il famoso divieto dei colonnelli greci di usare la lettera Z che in greco antico voleva dire “E’ vivo” e che i compagni utilizzavano per ricordare le vittime del regime.
L’arresto di Tonino è stato mirato a colpire, come spesso accade, non tanto un presunto reato, ma, come voi stessi dite, ciò che rappresenta, le lotte antifasciste, ambientali e contro la repressione. C’è un motivo per cui è avvenuto l’arresto proprio in quel periodo? Quali percorsi unitari sono nati per rispondere a questo arresto?
La situazione a Napoli è particolarmente incandescente, ce ne si può rendere conto senza scendere troppo nel dettaglio, dalla situazione ‘munnezza’ sotto gli occhi di tutti e dalla risposta spesso combattiva che una parte della popolazione sta dando. La questione centrale è che a Napoli il peso della crisi si sente fortissimo su tutti i fronti: in primis il lavoro, che ormai è un miraggio, fino ad arrivare alla gestione dei servizi sociali e delle infrastrutture (praticamente inesistenti).
Questa situazione potenzialmente esplosiva ha aiutato a determinare una svolta repressiva verso il movimento che non è stata coronata dall’arresto Tonino (a cui ne sono succeduti altri, dei disoccupati organizzati), ma che ha visto in quell’attacco una delle sue mosse più infami. La situazione controllo e repressione, nata anche da direttive o sperimentazioni nazionali, si sta facendo giorno dopo giorno più pressante, sia per i cittadini (per esempio, con la comparsa di telecamere ad ogni angolo) sia per il movimento (con pratiche sempre più spietate).
Probabilmente questa realtà esiste sugli altri territori già da tempo, mentre la nostra città è sempre stata, vuoi per storia, vuoi per conquiste, un luogo dove lo stato è stato poco presente e molto osteggiato. Ora, la musica è cambiata. Il messaggio che deve arrivare al territorio è che siamo in Europa e molte cose non possono più essere tollerate.
Quelli che in modo particolare pagano questa svolta repressiva che, in realtà sta colpendo davvero tutti, sono quelli che lottano. Al cambio di gestione ai vertici della questura, nei mesi di giugno-luglio, seguirono inesorabili dichiarazioni di guerra contro anarchici e disoccupati organizzati che si sono, in effetti, dimostrate veritiere.
Alla luce di tutto questo il movimento ha cercato di fare quadrato attorno a se stesso, anche se con notevoli difficoltà, trovando nell’organizzazione del corteo contro la repressione e per la libertà per Tonino (il 6 novembre) un momento centrale, insieme al percorso che si sta mettendo in piedi per riuscire ad arginare il problema-rifiuti.
Ma i problemi sono tanti, sia settoriali, sia delle diverse realtà in lotta e ognuno è costretto anche a subire la repressione del doversi gestire col massimo della forza ogni singola vertenza, ogni singola giornata. Quello che abbiamo sempre ripetuto e che ci teniamo a sottolineare anche in questa sede è che Tonino è un perseguitato per ciò che rappresenta e non per quello che dicono che abbia fatto. E’ perseguitato perché anarchico, perché antifascista, antiautoritario, perché incompatibile con questo sistema.
Al momento Tonino è agli arresti domiciliari, con restrizioni d’ogni tipo; è ovvio che per noi non c’è nulla da festeggiare, per questo continuiamo la lotta per la liberazione del nostro compagno e fratello.
Dopo alcuni mesi dall’occupazione di Materdei e la cacciata di Casa Pound dal quartiere, che effetti ha prodotto la mobilitazione popolare contro i fascisti? C’è stato, nonostante l’avvenimento del primo maggio scorso, un ridimensionamento della loro attività in città?
Una premessa: la lotta contro Cp a Napoli ha un presupposto, cioè essere una battaglia contro quello che hanno rappresentato e rappresentano i fasci in generale e Cp nello specifico, lì dove hanno avuto la possibilità di attecchire nel silenzio dei compagni.
A noi, se vogliamo, il merito di aver avuto la lungimiranza di imparare dagli errori di chi non si è mosso tempestivamente contro quelli che avevano, erroneamente, giudicato un escrescenza residuale del neo fascismo. Un assaggio del fatto che stessimo avendo a che fare con ben più di 7 ragazzotti esaltati (quali in realtà numericamente sono) lo avevamo avuto, l’anno prima, durante le elezioni del Senato accademico della Federico II: scontri, occupazioni di rettorato e facoltà.
Neanche la loro presenza sotto la facoltà di Giurisprudenza, armati di coltelli, è riuscita ad impedire la loro candidatura, non era sembrato sufficiente alle gerarchie accademiche per farli estromettere dalle liste; ovviamente non sono stati eletti, ma avevamo avuto un primo premonitore assaggio dell’inettitudine delle istituzioni. E ci è stato ancora più chiaro quando per cacciare 7 stronzi da quel convento inespugnabile, e da Materdei, ci sono voluti due mesi di mobilitazioni, l’occupazione dell’ex scuola media Schipa, cortei in ogni parte della città e qualche passeggiata notturna. Ma si sa che avere genitori sbirri e finanzieri, passare le proprie giornate in questura, ristrutturare i bassi alla gente del vicolo, regalare soldi nel quartiere, avere come padre Michele Florino (camorrista pluriomicida e fascista dagli anni 70), è di grande aiuto quando la gente ti è contro.
Non dimenticheremo mai quella domenica mattina 12 settembre, quando sul loro forum comparve la notizia “dell’occupazione” del convento: Materdei è un quartiere pieno di compagni, e nel classico stile CP, loro cercano di infiltrarsi dove possono per raccogliere quel po’ di fermento sociale che i compagni hanno seminato. Avevano “occupato” (le virgolette intendono un’occupazione chiavi in mano!) e a noi non restava che cacciarli; i successivi tre mesi, fino al 1 dicembre, sono stati un susseguirsi di cortei, azioni e iniziative, il cui epilogo è ben noto.
Come dicevamo Materdei è un quartiere dove i compagni non lavoravano politicamente, ma ci vivono in gran numero e il risultato della loro occupazione è stato quello di farci riunire in un comitato un po’ anomalo; nato sotto l’unica spinta dell’antifascismo, si è da subito trasformato in un vero è proprio comitato di quartiere, consapevoli che solo rispondendo alle esigenze sociali del territorio si possono arginare le spinte da destra.
Le lotte sono state tante nell’ultimo anno, e tutte generose, dalla rimozione dell’eternit in una scuola, alla campagna contro l’aumento della tassa regionale sull’immondizia, fino ad arrivare a quella, che ci vede impegnati ancora adesso, di far aprire un asilo nido nell’ex-convento occupato da CP; per quanto concerne quest’ultima iniziativa è da registrare le fortissime pressioni esercitate dalla questura sulle istituzioni circoscrizionali e direttamente sul sindaco, al fine di impedire un simile risultato.
E’ certo che il lavoro in quel quartiere è stato da subito difficile; alle difficoltà ovvie e costanti di un lavoro territoriale, portato avanti da un gruppo eterogeneo per estrazione politica, sociale e generazionale, si associava quello di avere un territorio spaccato tra chi li tollerava (anche se non apertamente), chi li appoggiava (pochi ma potenti) e chi li rifiutava. Questa divisione anche se diluita dal tempo e dalla ormai loro completa assenza dal quartiere, continua a sentirsi, perché è la divisione interna a tutta questa società tra chi detiene il potere, chi non lo ha ma accetta questo stato di cose e chi si ribella.
Un’ultima valutazione, rendendosi conto dell’esiguità delle proprie forze e dall’ostilità del tessuto sociale, hanno deciso di mettere da parte delle divisioni di sigle per creare un’area di unità dell’estrema destra. Così La Destra, Fn, Cp, e altra munnezza del PdL, a Napoli hanno deciso si muoversi unitamente, decisione impensabile in qualsiasi altra parte d’Italia, visti i veri e propri odi e tentativi egemonici che dividono l’estrema destra. Per il resto, sono scomparsi non solo da materdei, ma da tutta la città, la loro presenza si fa sentire ogni tanto con qualche attacchinaggio o presidi lampo sotto il comune, mai pubblicizzati, tra l’altro.
Ma si sa che stanno aspettando che cambi la giunta, visto che ad aprile ci saranno le elezioni comunali e prima di muoversi e azzardare, non essendo sostenuti dalla popolazione, vogliono essere certi della copertura istituzionale. Noi che di coperture istituzionali non ne abbiamo mai avute né cercate, siamo pronti, li aspettiamo, convinti che per fronteggiare gli ennesimi scagnozzi della borghesia, sia necessario unire lotte e percorsi.
Potete parlarci per grandi linee del vostro progetto “Antifaresistance”?
Il primo dicembre pochi minuti prima delle 6 del mattino la polizia fa irruzione nella Schipa occupata, sgomberandola. In 32 veniamo portati in questura e denunciati per “invasione di palazzo pubblico”.
Contemporaneamente, anche il convento in cui Bellerè ed altri consiglieri del PdL avevano infiltrato i propri servi di Casa Pound, viene sgomberato. I fascisti sono in 6. Il 12 dicembre un corteo partecipatissimo e variegato sfila per le strade di Napoli ribadendo il proprio disprezzo per i fascisti di qualunque millennio. Si chiude così la mobilitazione contro Casa Pound che ha visto mobilitarsi tutta la città per tre mesi.
Per noi è tempo di fare bilanci, di cogliere il significato di ogni più piccola iniziativa, dei vari cortei, delle occupazioni, delle aggressioni e degli agguati. Un gruppo di compagni di composizione e formazione politica assai eterogenea inizia, dunque, un percorso di riflessione sulla lotta appena trascorsa. Sono fortunatamente lontani quei tempi in cui parlare di antifascismo significava doversi sorbire qualche sermoneggiatore che cita Dimitrov a proprio uso e consumo o che accusa di voler dar vita ad una “guerra tra bande”; la realtà di una lotta in cui la pratica ha messo pienamente in luce il carattere di classe del fascismo ha fin da subito sgombrato il campo da equivoci, ponendo in tutta la sua urgenza la necessità di far fronte all’attacco padronale anche nelle strade dove i loro servi vengono adoperati. Fin da subito ci siamo resi conto di quello che abbiamo sentito come una grave mancanza: un collegamento reale che potesse inserire le nostre lotte all’interno di un “Tutto”, di un percorso antifascista più ampio e articolato, magari con differenti specificità, ma con riflessioni generalmente condivise e con le medesime strategie.
Un collegamento, dunque, tra i vari percorsi in grado non solo di rafforzare i singoli lavori, ma proprio di riuscire a far trasparire la necessità strategica di opporsi al fascismo in questa fase. La ricomparsa, infatti, dell’estrema destra nel tessuto sociale è un dato che travalica i confini nazionali e si assesta in una dimensione europea.
A grandi linee è stata questa la riflessione che ci ha portati a mettere in piedi un portale di informazione e rielaborazione sull’antifascismo che tentasse di inquadrare i singoli avvenimenti all’interno di un processo più ampio con cui, volenti o nolenti, tutti stanno facendo i conti. Nasce così il progetto di Antifaresistance.org, un collettivo redazionale con compagni un po’ disseminati per l’Italia e l’Europa che ha anche uno spazio proprio su Radiodimassa.tk.
Dopo i primi mesi di lavoro abbiamo pensato fosse giunto il momento di conoscere altre esperienze. Così, insieme ad un nostro compagno e fratello dell’Antifaschistiche Linke Berlin, abbiamo attraversato l’Italia. Abbiamo conosciuto una marea di compagni con i propri percorsi e con essi ci siamo confrontati. Abbiamo avuto modo di partecipare all’iniziativa in memoria di Bagna a Parma, di conoscere la realtà delle borgate romane e della Bologna antagonista etc.
Di ritorno dal nostro piccolo “Tour antifa” abbiamo cercato di sintetizzare tutta la ricchezza che ci siamo portati dietro dal viaggio. Questa riflessione ci ha impegnato tanto ed è andata poi a coincidere con alcuni problemi di ordine tecnico riguardo al sito ed al programma radio. Così, dopo varie vicissitudini, ci apprestiamo a tornare online dopo un bel po’ di mesi di assenza. Questo ci ha dato però il tempo di ripensare e rielaborare il contributo che ci sentiamo in grado di poter dare al movimento. E davvero non vediamo l’ora.
Come redazione abbiamo seguito le mobilitazioni a Pomigliano e l’aspra resistenza che gli operai Fiat hanno opposto alla ristrutturazione selvaggia di Marchionne. Anche alla luce di quanto avvenuto alla Fincantieri, quali sono i legami tra il movimento operaio e il movimento in generale?
Per rispondere a questa domanda crediamo di dover fare qualche passo indietro, non molti, e tornare a poco più di due anni fa. Sergio Marchionne, dal 2004 amministratore delegato FIAT, aveva elaborato un cd. “piano di rilancio” per lo stabilimento “G.B. Vico”: la fabbrica, si diceva, era vecchia, come le linee di produzione; dallo stabilimento usciva una percentuale troppo alta di prodotti difettosi, anche a causa della scarsa professionalità delle/i lavoratrici/ori; per questo motivo il piano prevedeva la chiusura e la ristrutturazione, cui sarebbe seguita una riapertura e un rilancio dello stabilimento campano. La natura del progetto del manager FIAT si palesò a tutti a termine della “ristrutturazione”: l’unico risultato concreto fu la creazione di un reparto-confino a Nola, con pretese funzionalità logistiche, ma con reali esigenze di indebolimento della resistenza operaia; dei 316 confinati, infatti, la maggioranza era composta dai più attivi tra i quadri sindacali.
La famigerata Officina Stella Rossa, in FIAT, non passa mai di moda! L’allontanamento dei quadri più combattivi diede anche il colpo finale ai rapporti tra operai FIAT e movimenti: un rapporto forte nei decenni scorsi, grazie principalmente al lavoro politico dello SLAI Cobas, fortemente osteggiato e progressivamente indebolitosi, che vide proprio nel 2008 l’ultima fiammata, con l’organizzazione del corteo del primo maggio dell’autorganizzazione a Pomigliano, in solidarietà con la lotta degli operai che, proprio contro il reparto-confino, nel mese precedente avevano bloccato la produzione di Pomigliano (e conseguentemente di Cassino e di Val di Sangro) con picchetti ai valichi merci.
L’obiettivo che si tenta di raggiungere durante queste vertenza di lotta non è soltanto la vittoria della vertenza in sé, ma anche la possibilità di creare un collante tra il movimento in generale e il movimento operaio, che spesso di queste vampate vive. Un collante che nella nostra città, anche a causa del tendenziale smantellamento dei centri industriali degli ultimi 40 anni è ancor più difficile da costruire.
Per questo la costruzione comune di un corteo cittadino rappresentò un punto di inizio di un percorso contro l’isolamento degli operai. Il corteo fu l’esito positivo (ed unico nel tempo purtroppo) dell’intersecarsi del percorso politico di varie strutture coordinate in un Network Autorganizzato per un Primo Maggio di Lotta che puntava a fornire, attraverso un percorso di iniziative di controinformazione un primo punto di contatto con le lotte degli operai.
Successivamente, si sono fatti sentire gli esiti del piano repressivo targato Marchionne e dall’altro lato della crisi generale dell’autorganizzazione, andando a incidere negativamente su una realtà la cui atipicità nei decenni precedenti si era manifestata proprio per la capacità di mettere in rete istanze di lotta di provenienze diverse, in un modo simile alle esperienze degli anni ‘60 ‘70 e, per un certo verso, alle recenti lotte che hanno visto protagonisti insieme lavoratori, spesso immigrati, e movimenti, nell’area industriale della cintura milanese (Cerro al Lambro, Origgio, etc.).
Il confino dei quadri sindacali era dunque la premessa necessaria all’attacco più recente, importante proprio nella sua parte politica, nella negazione del diritto di sciopero e di qualsiasi forma di contestazione del nuovo contratto. La FIOM si è trovata quasi sola in questa battaglia proprio grazie all’esito nefasto degli attacchi repressivi contro sindacati non concertativi, SLAI in testa: contemporaneamente la percentuale di NO al referendum, di gran lunga superiore alla somma dei voti e dei consensi di FIOM, SLAI Cobas e Confederazione Cobas, mette in luce un’irriducibilità al ricatto padronale che è propria non solo dei “vecchi” operai sindacalizzati, ma anche di molti giovani senza tessera ma soprattutto senza nulla da perdere nell’assumersi il conflitto.
L’obiettivo di Marchionne è oramai chiaro: spostare la produzione fuori dall’Italia e lasciare in centri come Pomigliano solamente i reparti ricerca e sviluppo. Le conseguenze catastrofiche della chiusura dello stabilimento FIAT campano le possiamo facilmente immaginare, se pensiamo a cosa poteva rappresentare uno sbocco lavorativo stabile e sicuro in un contesto dove l’unica economia che gira è quella della criminalità organizzata, a braccetto col clientelismo pubblico, e a cosa quindi significherà, in un contesto di crisi sempre più ampia e generalizzata, la chiusura del “Giambattista Vico”.
La stessa esperienza, se consideriamo gli aspetti pratici della lotta, che hanno visto protagonisti gli operai della Mirafiori, che si sono trovati a subire qualche anno dopo e con la stessa finalità della delocalizzazione gli effetti del Piano Marchionne. Il ricatto è stato messo sul piatto della bilancia e dall’altra parte è stato servito il finto Referendum. Con lo sciopero generale del 28 gennaio si è provato nuovamente a tornare a Pomigliano, con tutto il movimento, con tutti gli operai, cercando di rispondere ad una frammentazione già dettata dalle politiche legate al mercato del lavoro.
Dai vostri scritti è evidente la volontà di affrontare la questione del movimento studentesco all’interno di un quadro politico più complessivo. Quali sono le vostre riflessioni sull’”Onda” e in generale sul movimento che si sta opponendo all’aziendalizzazione della scuola e dell’università? Qual è stata la vostra esperienza nel movimento studentesco, cosa avete “raccolto” da essa?
E’ necessario fare un salto nel passato, torniamo all’autunno 2008, quando si fecero sentire i primi sussulti della famigerata Onda studentesca. La mobilitazione di quell’anno ebbe dimensioni senza precedenti e un protagonismo nuovo, che lasciò spiazzati molti collettivi che non seppero approcciarsi con la forza che veniva dalla mobilitazione; sicuramente dirompente, ma purtroppo priva di contenuti altri da quelli studentisti.
Lo sforzo di andare oltre con il ragionamento era accettato da pochi, la Gelmini rimase il Nemico, ci si affossò su pratiche velleitarie come le lezioni in piazza e su alleanze sbagliate come con i docenti, che ben presto abbandonarono il carro della rivolta per riprendere le redini della repressione e della reazione. Una data, però, va ricordata come spartiacque di quel movimento: il 28 ottobre a piazza Navona, l’aggressione neofascista di Blocco Studentesco.
Quell’episodio non solo non spaventò troppo i giovanissimi, ma diede la possibilità ai compagni di parlare di antifascismo, di scardinare il ragionamento del “nè rossi né neri, ma liberi pensieri” che avanzava sempre più nell’apoliticismo di quel movimento. Il 28 il tentativo da parte del Blocco Studentesco di infiltrarsi all’interno della mobilitazione è stato smascherato dai compagni durante la stessa manifestazione e successivamente all’aggressione che i fascisti hanno fatto partire nei confronti degli studenti, c’è stata una pronta risposta che determinò l’affossamento vero e proprio di quel tentativo.
Passato il pericolo neofascista, il nemico da combattere rimaneva quello interno. La sfida diventava tutta politica, da una parte chi sbandierava l’autoriforma come strumento per combattere le riforme, dall’altra chi proponeva l’autorganizzazione e la generalizzazione delle lotte come unica possibilità di vincere. Le assemblee nazionali di Roma mostrarono una grande frattura nel movimento, dove il tentativo di una parte di egemonizzare il movimento con pratiche e contenuti non condivise, fece si che non si riuscì più a rintracciare un momento di unità e di rilancio, cosa che determinò lo scemarsi del movimento in chiusura d’anno.
A Napoli vivemmo la prima parte della mobilitazione senza darci una strutturazione vera e propria; i collettivi si muovevano in maniera assolutamente autonoma, si scendeva in piazza ogni giorno impedendoci momenti di riflessione unitari. L’occupazione della facoltà di Lettere e Filosofia fu invece un laboratorio di lotta e di riflessione unico nel suo genere; in essa confluirono molti compagni che riportavano poi, nelle loro facoltà, i ragionamenti fatti assieme.
Fu chiaro che il movimento non poteva vincere a livello nazionale, ma a Napoli il livello è rimasto alto grazie al lavoro di quegli studenti che intuirono che la riappropriazione di spazi all’interno delle facoltà fosse un obiettivo fondamentale dal quale far convergere le forze e far ripartire le lotte di volta in volta, ma non solo, l’occupazione di spazi e, quindi, la sottrazione di un tempo e di un luogo che prima apparteneva al sistema, è di fatto una rottura con la logica produttivistica insita nell‘attuale sistema universitario; così furono occupate aule in ogni facoltà dove eravamo presenti.
L’occupazione di spazi nelle università rimane ancora oggi la nostra prima proposta di lavoro. Il nostro Ateneo, a dicembre (l’Onda era già in riflusso), vide presentarsi le elezioni studentesche. In quest’occasione si può dire che nacque ufficialmente il collettivo “Studenti Federico II”.
Durante la mobilitazione avviammo un ragionamento sul senso delle rappresentanze studentesche negli organi d’ateneo, e partendo dalla pratica dell’autorganizzazione, ritenemmo fosse il giunto il momento di dichiarare superati e illegittimi i criteri della delega e delle elezioni. Così ci mobilitammo per quella vertenza culminando il 12 dicembre, giorno dello sciopero generale, nell’occupazione della sede della facoltà di Scienze. I risultati elettorali furono ridicoli (12% affluenza) e neanche uno dei candidati fascisti riuscì a salire. Napoli vinceva, in quel mese, la sua prima battaglia nei confronti dei neofascisti di Blocco Studentesco – Casapound, cacciandoli da ogni assemblea, impedendogli di infiltrarsi nelle facoltà. Un anno di riflusso è stato per tutti difficile da digerire. Le aule occupate rimangono gli unici punti di forza in cui poter fare aggregazione, lavoro culturale e far nascere vertenze specifiche.
Da ricordare l’importante giornata di lotta di Maggio a Torino in occasione del vertice G8 incentrato proprio sulla formazione, dove decidemmo di andare per provare a seguire una linea di determinazione che durante l’anno forse era mancata al movimento. Dopo l’incredibile opposizione sviluppata contro l’occupazione dell’ex-convento da parte di Casapound, le università continuano a faticare ad uscire dall’impasse post Onda; si paga, a livello nazionale, la mancanza di discussione con il soggetto studentesco, deluso e sconfortato dalla sconfitta.
Non sarà uguale nel 2010. Il movimento studentesco, timidamente ha provato ad uscire dai banchi e dalle classi, fino ad esplodere in novembre. Stavolta non si lascia spazio a qualunquismi d’ogni tipo, la mobilitazione si colora subito di determinazione e da subito urla al paese la necessità di scioperare insieme. Non si parla più di Gelmini, si parla di riforme universitarie e del lavoro, si parla di futuro, di Europa, di lotta di classe. In molte città gli obiettivi dei cortei non sono più le televisioni o le piazze dove fare lezione sotto le telecamere, ma Confindustria, le Camere del Lavoro, le agenzie interinali, i palazzi del potere e dei loro servi (come i giornali).
La critica che il movimento muove è generale. Si moltiplicano anche stavolta le occupazioni. Lettere e Filosofia sarà nuovamente occupata riproponendo un laboratorio politico di idee e di pratiche. Il 14 dicembre si vota la fiducia, gli studenti fiutano in questa data la possibilità dell’affare 3 in 1: fuori la riforma, giù il governo e la dimostrazione incontrovertibile della totale mancanza di fiducia nelle istituzioni di questa società.
Quello che è successo è inutile ricordarlo nei particolari, molti hanno parlato di una generazione che si è rivoltata, noi continuiamo a chiamarci studenti, ma sappiamo che quest’anno abbiamo espresso una forza nuova. La coscienza di classe che ci ha mosso non è stata una chimera, il bisogno di uscire dalle università per riappropriarsi delle città è stato reale. Il 22 dicembre si vota al Senato, è l’ultima data per il movimento di quest’anno.
Noi decidiamo di continuare, occupiamo l’ex-cinema Astra, ora in comodato d’uso all’università. Sfidiamo il Natale, le feste, sfidiamo un privato per dimostrare che se veniamo dall’università, non è lì che vogliamo rinchiudere le nostre lotte. L’Astra, laboratorio politico, laboratorio culturale, centro di lotte, punto d’osservazione, resisterà fino a gennaio inoltrato, quando avrà la meglio la decisione tattica di rientrare nelle aule occupate. Si apre una stagione in cui l’unità del movimento studentesco con i vari soggetti in lotta non deve limitarsi all’analisi e alla teoria.
L’Astra ha fatto muovere i primi passi verso un tipo di solidarietà vero tra i soggetti sfruttati, ha creato momenti di riflessione comune, individuando nemici uguali da combattere.








